La Grande Guerra e l’Irpinia

L’Irpinia, è, allo stesso tempo, un territorio che anticipa e un paradigma di quanto accade nel Mezzogiorno e nel Paese, per i processi che precedono e accompagnano l’intervento nella Grande Guerra.

La rivendicazione di Trento e Trieste, con il corollario della sicurezza dei confini (il Trentino sino al Brennero, ossia il Sud-Tirolo), è certamente un retaggio della diffusa cultura risorgimentale, ma ha una sua accentuazione protrattasi nel tempo, per l’azione politica e culturale dell’irpino Matteo Imbriani, che nel 1877 ha fondato l’Associazione Pro Italia irredenta, fonte di ispirazione altresì di altre associazioni affini in tutta Italia (la Dante Alighieri massimamente).

Altra influenza culturale di lungo corso è il diritto-dovere della conquista di nuove terre, in nome della civiltà da esportare, teorizzato da un altro irpino, Pasquale Stanislao Mancini, giurista e politico italiano, ministro dello Stato unitario per 18 anni. Il giurista ha formulato, a metà anni ’80, una teoria apparentemente edulcorata sul colonialismo, ma in realtà impregnata di darwinismo sociale ancora più pervasivo, che avrà largo seguito: vi è una profonda differenza fra una politica coloniale spogliatrice e una politica coloniale legittima.

L’Irpinia è anche un paradigma per il governo del fronte interno, diretto dalla Massoneria del Grande Oriente (figura chiave Guido Dorso e Tranquillino Benigni) che guida il vecchio e nuovo notabilato liberale. Convertita alla guerra dai nazionalisti (laboratorio è stato la guerra coloniale di Libia), nella variante dorsiana, la guerra ha una doppia funzione: la prima catartica, perché porterebbe alla liquidazione del trasformismo delle cariatidi liberali; la seconda di soluzione del sottosviluppo, perché consentirebbe l’espansione socioeconomica nei Balcani da sottrarre agli Imperi centrali.

Infine, l’Irpinia è un paradigma drammatico per la massa contadina mandata al macello nelle trincee, da cui può sottrarsi solo con l’autolesionismo, la diserzione, il passaggio al nemico nei campi di concentramento. E paradigma per chi resta: vecchi, donne, adolescenti, bambini, che stentano a sopravvivere fra requisizioni, penuria di beni, carovita, ricatti e vessazioni dei signorotti locali; se poi alzano la testa, polizia, carabinieri e magistratura provvedono con carcere e sangue.

Annibale Cogliano, professore di Storia e Filosofia, ha promosso e diretto Quaderni irpini, il Centro studi e documentazione Carlo Gesualdo, occupandosi di storia moderna e contemporanea. Collabora con l’Archivio Storico per le Province Napoletane, gli Annali del Centro Dorso di Avellino, Rassegna Storica Salernitana, Vicum, l’Istituto Campano di Storia della Resistenza.

Fra le sue pubblicazioni: Carlo Gesualdo, il Principe, l’amante e la strega, ESI, Napoli; Carlo Gesualdo omicida fra storia e mito, ESI; La svolta illuminata del Santo Officio a fine ‘500, Guida editori, Napoli; Due Italie tra fascismo e post-fascismo, ESI; La Spagnola, madre di pandemie, Albatros; L’Irpinia e la Grande Guerra, La Valle del tempo, Napoli; Insorgenze e terrore repubblicano nel Principato Ultra, Terebinto, Avellino.

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